Coronavirus, i due mesi che hanno cambiato la nostra vita

ultimo aggiornamento: 24/04/2020 ore 12:02

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Coronavirus, i due mesi che hanno cambiato la nostra vita

Coronavirus, fermarsi un attimo per fare un bilancio degli ultimi due mesi, due mesi dell’epidemia che ha cambiato la nostra vita e il mondo.

Un giorno di febbraio il primo caso di Covid-19. L’Italia si sveglia con un incubo di cui aveva sentito parlare solo nei Tg, un fantasma avvistato in Cina, comunque lontano tra noi.

Il Paese si divide. Per metà siamo complottisti: nelle notizie inventate ad arte ci troviamo un disegno politico o, peggio, un piano delle superpotenze mondiali per ridurre ancora più in schiavitù i paesi più poveri. Un’altra metà è invece seriamente preoccupata e comincia a monitorare le informazioni che arrivano apprezzando la nuova peste che si avvicina come un’entità fisica: segnali in Italia, poi segnali nella regione, poi segnali nella nostra città. Poi i casi non confermati che precedono di poco quelli veri. I ricoveri, i primi decessi.

Tutte fasi che stratificano ancora di più la popolazione. “Giornalisti sciacalli, inventate le notizie per avere qualche lettore in più”. Giudizi che ferivano ma che si potevano comprendere perché provenivano quasi sempre da gestori-proprietari di bar-ristoranti-attività turistiche locali che guardavano con preoccupazione ai loro affari.

Le agenzie internazionali, nazionali e internazionali, non davano spazi a dubbi, però: ci inviavano notizie che la tragedia era in arrivo e sarebbe stata enorme. Era nostro dovere riferirle con fatti, opinioni di esperti, dati ufficiali, ma anche solo per questo giornale è stato posto sotto una pressione enorme.

E mentre c’era chi promuoveva lo spritz in compagnia in Piazza San Marco, imprenditori alberghieri minacciavano: “Renderete conto di quanto scrivete in tribunale”, a fianco di “personaggi” di aziende sanitarie che “consigliavano vivamente” di scrivere che “La situazione è sotto controllo” altrimenti si dovrà rispondere di aver diffuso gratuitamente allarmismo.

Poi, ognuno di noi ha visto com’è andata e come va. Eccone la cronaca.

30 gennaio: si registrano i primi due casi in Italia. Una coppia cinese che si trovava a Roma per turismo risulta positiva al COVID-19. I due vengono ricoverati allo Spallanzani, ma il caso appare isolato e “lontano” dai timori dell’opinione pubblica. Anzi, l’ordinanza di sospendere i collegamenti aerei diretti con la Cina viene accolta con proteste e scetticismo: il sindaco di Firenze Dario Nardella lancia la campagna “abbraccia un cinese” per respingere il “terrorismo psicologico” nei confronti della comunità asiatica.

4 febbraio: i due pazienti ricoverati allo Spallanzani si aggravano: “nelle ultime ore hanno avuto un peggioramento delle condizioni cliniche a causa di una insufficienza respiratoria – si legge nel bollettino della Direzione Sanitaria – pertanto è stato necessario un supporto in terapia intensiva”.

6 febbraio: tra i 56 nostri connazionali rientrati da Wuhan c’è un caso sospetto. Dopo essere stato trasferito allo Spallanzani avviene il tampone: è positivo. “È il primo caso italiano, ma era un Italiano che viveva a Wuhan – commenta il direttore del reparto di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità Giovanni Rezza – ad ogni modo, dobbiamo tenere altissima l’asticella della vigilanza”.

21 febbraio: l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera comunica che a Codogno (Lodi) si è verificato il primo contagio da coronavirus sul territorio italiano. Si tratta di Mattia, 38 anni, che nel pomeriggio del 18 si era presentato in ospedale senza che il suo caso fosse identificato come “sospetto”. La mattina del 20 le sue condizioni si erano aggravate al punto da necessitare di un rianimatore e del successivo ricovero in terapia intensiva. La moglie informa i medici di una cena, avvenuta a fine gennaio, tra il marito e alcuni amici, di cui uno appena tornato dalla Cina. Viene effettuato il tampone: è positivo.

Nel corso della giornata si scoprono altri 15 casi in Lombardia e viene identificato un secondo focolaio a Vo’ Euganeo: nessuno dei malati era mai stato in Cina o aveva contatti con la comunità cinese.
Dall’ospedale di Schiavonia (Padova) arriva il primo decesso: un 78enne ricoverato dal 16 febbraio per problemi respiratori.

22 febbraio: mentre si espande il numero dei contagiati, il Governo vara le prime “misure speciali”: 11 comuni tra Lombardia e Veneto diventano “zone rosse”, con divieto d’ingresso ed uscita, chiusura di scuole, negozi e musei, e un inevitabile stop alle gite di istruzione sia in Italia che all’estero.

24 febbraio: la Protezione Civile inizia a pubblicare aggiornamenti quotidiani sul numero dei positivi e dei decessi. Nel frattempo il sindaco di Vo’ Giuliano Martini cerca di far luce sul “collegamento” tra il focolaio di Codogno e quello verificatosi in città: si tratterebbe di un agricoltore di Albettone (Vicenza), frequentatore dei bar locali, che si sarebbe recato nel lodigiano.

25 febbraio: vengono registrati casi di COVID-19 anche in altre regioni: i positivi salgono a 328, i morti a 11.
Il Governo estende le misure già adottate agli interi Veneto, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte e Liguria, dove le scuole rimarranno chiuse fino all’8 marzo.

4 marzo: i morti superano quota 100 e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte firma un nuovo decreto che blinda fino al 15 marzo le scuole e le università di tutto il Paese. Ulteriori restrizioni sono previste per cinema, teatri e manifestazioni che non garantiscano la distanza interpersonale di un metro.

5 marzo: il “New England Journal of Medicine” pubblica una lettera in cui alcuni medici tedeschi ipotizzano che il primo Europeo ad aver contratto il virus sia stato un 33enne di Starnberg (Baviera). L’uomo avrebbe partecipato il 20 e il 21 gennaio ad un meeting di lavoro con una collega di Shanghai – trovata positiva al suo ritorno in patria. Il focolaio tedesco avrebbe silenziosamente alimentato la catena di contagi che ha poi raggiunto l’Italia e il resto d’Europa.

7 marzo: arriva un nuovo decreto che vieta gli spostamenti non motivati da “ragioni di lavoro, necessità o salute”, nell’intera Lombardia e in quattordici province di Emilia Romagna, Piemonte, Marche e Veneto – comprese Venezia, Padova e Treviso. Migliaia di meridionali residenti al Nord assaltano i treni per unirsi alle loro famiglie prima della chiusura.

9 marzo: le vittime raggiungono quota 463; Conte parla agli Italiani dichiarando che “purtroppo non c’è tempo” e presenta un nuovo decreto, in vigore dall’indomani, scandito dallo slogan ‘io resto a casa’. Le restrizioni negli spostamenti già applicate in Lombardia e nelle province colpite viene esteso all’intera penisola: tutta l’Italia diventa “zona protetta” ed è l’inizio del “lockdown” – il cui termine è fissato per il 3 aprile.

11 marzo: dopo settimane di incertezza, l’Organizzazione Mondiale della Sanità si esprime sulla situazione-Coronavirus definendola ufficialmente “pandemia”.

12 marzo: la conta delle vittime in Italia supera quota mille; 13mila i positivi.

14 marzo: In Lombardia le terapie intensive sono al collasso, l’assessore al Welfare Giulio Gallera dichiara: “Tra poco arriveremo ad un punto di non ritorno. Se ogni giorno abbiamo 85 persone in più che entrano in terapia intensiva, tutto questo non è sufficiente”. L’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso viene reclutato per la costruzione di un ospedale COVID-19 all’interno della Fiera di Milano.

18 marzo: l’Esercito interviene a Bergamo per prelevare decine di salme: le immagini da scenario di guerra fanno il giro del pianeta: Giuseppe Conte vara “Cura Italia”, un nuovo decreto di misure economiche per far fronte all’emergenza.

19 marzo: l’Italia supera i morti dichiarati dalla Cina e con 3.405 decessi si stabilisce al primo posto nel triste ranking della pandemia. E intanto i positivi raggiungono quota 33 mila: la curva dei contagi pare inarrestabile.

27 marzo: si registra il record italiano di vittime con 969 morti in sole 24 ore: mai così tanti dall’inizio dell’emergenza.

28 marzo: la conta dei decessi raggiunge quota 10mila; 70.000 i positivi.

1 aprile: il Presidente del Consiglio annuncia un nuovo decreto che prorogherà al 13 aprile le restrizioni di movimento già applicate. Gli Italiani rimarranno a casa fino a Pasquetta per evitare gite, assembramenti e il rischio di nuovi contagi.

3 aprile: il governatore del Veneto Luca Zaia obbliga l’uso di guanti e mascherina a chiunque si rechi in mercati e rivendite di alimentari. A chi domanda se gli Italiani dovranno rispettare il lockdown anche il Primo Maggio, il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli risponde: “Credo proprio di sì, non credo che questa situazione passerà per quella data: dovremo stare in casa per molte settimane. Il coronavirus cambierà il nostro approccio ai contatti umani e interpersonali, dovremo mantenere le distanze per diverso tempo”.

5 aprile: il presidente della Lombardia Attilio Fontana impone le misure protettive per tutti gli spostamenti; lo seguono a ruota Toscana e Alto Adige.

6 aprile: viene inaugurato il nuovo ospedale allestito a tempo di record nei locali della Fiera di Milano.
“Stiamo progettando il futuro – spiega l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera – avremo ospedali o ali di ospedali dedicati al COVID-19, alleggerendo le situazioni nelle altre emergenze”.

10 aprile: nel corso di una conferenza stampa da Palazzo Chigi, il premier Conte annuncia che le restrizioni già in vigore saranno prorogate fino al 3 maggio. “Una decisione difficile ma necessaria – commenta – di cui mi assumo tutte le responsabilità politiche. Non possiamo vanificare gli sforzi sin qui fatti: si rischierebbe un aumento dei contagi e delle vittime”.

13 aprile: i morti COVID-19 in Italia superano le 20.000 unità; l’epidemia continua a diffondersi nelle strutture per anziani dove si verifica una vera e propria propria strage. Il governatore Zaia estende l’obbligo di guanti e mascherine ad ogni spostamento sul territorio Veneto, con la distanza interpersonale minima che viene estesa da uno a due metri.

17 aprile: Guido Bertolaso è al lavoro per un secondo grande ospedale COVID-19 nelle Marche: “Servirà una struttura dedicata al coronavirus all’interno di ogni Regione – spiega – il futuro si deve programmare soprattutto dal punto di vista sanitario. Finché ci sarà una persona con il COVID-19, sarà una questione che riguarderà tutta la nazione e non lo si può affrontare come è stato fatto fino ad oggi”.

20 aprile: per la prima volta diminuisce il numero dei positivi, che dai 108.257 del giorno precedente scende di 20 unità. Il membro esecutivo dell’Oms e consulente del Ministero della Salute Walter Ricciardi frena gli entusiasmi di chi pensa che il 4 maggio “sarà tutto finito”: “È assolutamente troppo presto per iniziare la ‘fase due’ – dichiara – che potrà partire quando conteremo i nuovi casi sulle dita di una mano e non certamente con numeri a quattro cifre. Non ci possiamo permettere una ‘seconda ondata’ perché significherebbe richiudere tutte le attività, sigillare tutti a casa e soprattutto esercitare quella pressione sul servizio sanitario nazionale che poi si traduce in malati, intubati e morti”.

22 aprile: i positivi in Italia calano a 107.699, ma la conta delle vittime supera quota 25.000. La virologa Ilaria Capua avverte: “Per l’autunno, in particolare in alcune parti d’Italia e del mondo in cui il virus non ha circolato molto, credo ci possano essere recrudescenze anche importanti. Il rischio esiste, ma dipende da noi, dai comportamenti virtuosi che fino a oggi gli Italiani hanno attuato per contenere il virus”.

In questi giorni l’Italia si prepara – cautamente – a ripartire, ma possiamo affermare che l’emergenza “è ormai passata”? Si tornerà davvero a vivere “come prima”? E se le cose non andranno bene, i giornalisti saranno ancora accusati di “seminare allarmismo”, di “distorcere la realtà” e di “allontanare turisti e clienti” dopo che negli ultimi due mesi hanno lavorato praticamente solo per riportare la più grave crisi sanitaria della storia moderna dell’umanità?

La pandemia ha avuto origine in Cina, dove il governo ha inizialmente negato il virus arrivando perfino ad arrestare i medici che ne avessero parlato. E prima che venisse imposto il “lockdown”, per sei lunghissimi giorni i cittadini di Wuhan hanno continuato a vivere, a muoversi, a viaggiare, trasportando l’agente patogeno in ogni angolo di un pianeta reso ormai piccolo dagli effetti della globalizzazione.

Almeno 2,6 milioni di contagi, 180.000 vittime, senza contare le ripercussioni economiche su chi, a causa della pandemia e delle sue restrizioni, è piombato in un inatteso stato di indigenza: gli Stati Uniti contano ad oggi 22 milioni di disoccupati, mentre in Italia sono 10 milioni i cittadini che nel corso del 2020 scenderanno sotto la soglia di povertà. Un mondo in ginocchio, che dovrà abituarsi alla convivenza con il virus e, necessariamente, reinventarsi.

E mentre Tokyo rimanda i Giochi Olimpici, la Germania cancella l’Oktoberfest e il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro dichiara che, finché non avremo un vaccino, “il primo elemento da escludere sono le attività che prevedono aggregazioni o presenza contemporanea di decine o centinaia di persone in spazi ristretti” guarderemo finalmente in faccia la realtà?

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