Cinquant’anni dalla tragedia del Belice

ultimo aggiornamento: 21/01/2018 ore 07:45

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terremoto filippine
Sono passati cinquant’anni dalla tragedia della Valle del Belice. La Sicilia celebra, per così dire quel ricordo, quel dramma provocato dal terremoto che nel 1968 causò distruzione, trecento vittime, mille feriti e centomila sfollati. I paesi colpiti erano abitati soprattutto da donne, bambini e anziani. I giovani, i padri di famiglie erano emigrati al nord per cercare un lavoro.

Una commemorazione per non dimenticare, anzi per ricordare la tragedia e ripercorre la storia, alle prese con la nascita di un Museo e numerose iniziative culturali, teatro, mostre fotografiche, letture, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E soprattutto ricordi e riconoscimenti nei confronti di chi ‘allora’ si adoperò concretamente (Ernesto Treccani, Renato Guttuso tra gli altri) con un appello a favore delle provate popolazioni che da quel gelido gennaio furono costrette a vivere in tende e in container di lamiera ed eternit, per molti anni.

Interi paesi cancellati, case sbriciolate rase al suolo, i siciliani hanno perso tutto quel poco che avevano e questo terremoto ha portato alla luce la ferita profonda e dolorosa vissuta dal sud, una realtà rurale e arretrata, dimenticata dallo Stato, impreparato a gestire sia l’emergenza sia la ricostruzione, e anche in quell’occasione non è stato all’altezza del suo compito. Basti dire che i superstiti di Partanna, Poggioreale, Salemi (epicentro del terremoto) e altri paesi ancora, vivevano in baracche e lì ci sono rimaste in quarantasettemila fino al 1976. Bisognerà arrivare al 2006 per la distruzione delle ultime duecentocinquanta.


In molti ricordano lo scrittore Leonardo Sciascia che in un reportage per il quotidiano l’Ora paragonò le baraccopoli ai campi di concentramento e forte è stata la critica nei confronti dello Stato che incoraggiava le partenze e offriva biglietti ferroviari e passaporti ai terremotati, che come i loro parenti sarebbero andati a lavorare in qualche fabbrica del nord.

Il paesaggio del Belice è molto mutato, da un lato le nuove città con le grandi piazze e le lunghe strade, dall’altro le tracce di ruderi che restano ancora in piedi negli antichi abitati. Significativo è il caso di Poggioreale: tutto l’assetto del paese è rimasto al suo posto e il tempo sembra essersi fermato nella città senza abitanti. La ricostruzione è ancora incompleta, dicono i siciliani della Valle del Belice che non vogliono dimenticare i ritardi, le inefficienze e gli sprechi.

Lo Stato è ancora in debito nei loro confronti e il Presidente Sergio Mattarella ha ascoltato attentamente i sindaci dei paesi colpiti e dichiarato: “Intendiamo confermare l’aspirazione alla vita e la volontà di famiglie e di popolazioni così pesantemente segnate e che, tuttavia hanno trovato e trovano in sé la forza necessaria per sconfiggere un evento che sembrava pretendere rassegnazione.


Nei giorni scorsi – ha aggiunto il Presidente della Repubblica – alcuni sindaci del Belìce hanno detto: stiamo costruendo il futuro. Questa affermazione non è soltanto un messaggio di rassicurazione ma manifesta orgoglio protagonista, determinazione per lo sviluppo della vita di queste comunità, convinzione di poter superare, con il necessario sostegno della comunità nazionale, le difficoltà che rimangono nel presente. Quelle parole manifestano ragionevole, fondata fiducia nel futuro. E’ un messaggio che tengo a condividere con tutti voi”.

Andreina Corso

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