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per oltre cinquant’anni.

O come lo è la mitica storia del grande Torino, la più grande squadra italiana di sempre che, sparisce completamente in pochi minuti; quando avrebbe potuto dare ancora molto oppure essere comunque giunta al suo apice. Immolata per sempre nel mito, contro quella montagna.

Oppure trovo grandiose le imprese di Alfredo di Stefano (che non me ne vogliano Pelè e Maradona), il più grande di tutti (forse), e del suo compagno al Real Madrid. Un certo Ferenc Puskás, idolo ungherese che considerato un giocatore finito, segna quattro goals in una finale della Coppa dei Campioni… Quando i campioni c’erano davvero.

Le vicende di George Best, il genio e sregolatezza che aveva un dono e lo sfruttava, che odiava essere chiamato il Quinto Beatles, perché per lui gli alternativi erano i Jim Morrison e i Led Zeppelin. Non quattro ragazzi che salivano sul palco in giacca e cravatta.

Meglio ancora Robin Friday, un pazzo scatenato che avrebbe potuto spaccare il mondo con i suo tocchi del pallone e goal impossibili ma che un temperamento impossibile lo hanno reso “il più grande giocatore che non avete mai visto giocare”.

Non si può dimenticare il burbero e intrattabile Brian Clough, un Mourinho ante-litteram ma molto, molto più grande.

In grado di portare il piccolo Derby County sulla vetta d’Inghilterra per poi fallire con i grandi del Leeds.

E quando tutto sembrava finito, riprendere il tetto d’Europa per due volte consecutive con il Nottingham Forest. Una squadretta che al massimo aveva intravisto la Premier.

E poi lui, il piccolo grande uomo, Osvaldo Bagnoli (nella foto piccola). Il riservato, il taciturno, il modesto che è riuscito dove nessuno è stato in grado mai. Vincere lo scudetto a Verona, in provincia e poi portareosvaldo bagnoli xbox il Genoa per l’ultima volta in Europa con un’incredibile impresa mai ripetuta da nessuno all’Anfield Road di Liverpool.

Un idolo per una città intera ma anche un esempio da seguire, un maestro per Arrigo Sacchi.

Un altro che volenti o nolenti ha cambiato il calcio italiano e mondiale, il profeta di Fusignano che nel bene e nel male mi ha fatto vivere il mio Mondiale preferito. Quello americano del 1994.

Proprio lì il mio idolo calcistico, in campo e fuori, Roberto Baggio. L’ultimo giocatore romantico, amato in modo trasversale da nord a sud. Considerato e condannato per un rigore, amato e odiato dagli allenatori ma in grado di salvare il Brescia da solo. Con un goal in contropiede scartando Gigi Buffon al novantesimo, un gesto, quello di dribblare l’ultimo ostacolo dalla porta che da allora non si vede più sui nostri campi.

E Carletto Mazzone, allenatore e uomo vero che per colpa sua ha si è avventurato in una indimenticabile corsa che gli ha fatto rischiare l’infarto.

Ma non si può dimenticare la nazionale di Giani, Zorzi e Lucchetta che una volta ci facevano anche vedere in tv. Quante sofferenze quando dall’altro lato della rete c’era l’arancio olandese o il verde-oro brasiliano ma che gioie quando l’ultimo punto era nostro.

Ecco perché il calcio ma lo sport in generale dovrebbe trasmettere solo emozioni, senza discussioni e cattiverie: perché c’è sempre un inizio e i primi passi. Poi arriva il massimo momento di splendore e l’inevitabile caduta che non sempre è seguita dalla risalita. Come la vita.

Mattia Cagalli

29/07/2015

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