Blade Runner 2009, film raffinatissimo, ma nessuno ci salva dalla serialità

L'atmosfera noir di Scott viene rivisitata con un occhio alla pittura dell' Hopper notturno e la scelta di realizzare esterni giornalieri, grigi e piovosi, in alternativa all'eterna notte dell'originale

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Blade Runner 2009, film raffinatissimo, ma nessuno ci salva dalla serialità
RYAN GOSLING as K and SYLVIA HOEKS as Luv in Alcon Entertainment’s sci fi thriller “BLADE RUNNER 2049.”

Ho dovuto faticare un po’ prima di esprimere un parere sul sequel di Villeneuve del carismatico film di Scott che tanto infiammò l’immaginario degli anni 80, innestandosi in quella curva postmoderna allora in pieno rigoglio.

Nel primo “Blade Runner” una trama noir si articolava in un futuro in cui gli androidi e gli umani dividevano gli spazi, grazie alla ditta Tyrrell, che produceva i nuovi schiavi, al 98% simili a noi al punto che era possibile innamorarsene o temerne una ribellione.

L’epocale pellicola di Scott, che “tradendo” il romanzo di P.K.Dick, ricavava da quest’ultimo un film di genere pieno di interrogativi su un futuro che in parte si è pure realizzato, prendeva a prestito alcune soluzioni del cinema noir americano anni 40 per riproporne il sottinteso concetto di disumanizzazione e dei “pochi soli” consapevoli di questa perdita; tra cui il Rick Deckart, cacciatore di androidi, che vagava in una Los Angeles piovosa e dolente e fallimentarmente multietnica. Un caos sbrodolante e anonimizzante in quella diffusa “Times square” pubblicitaria che permea gran parte del film.

Il nuovo Blade Runner ha un merito che va riconosciuto: Denis Villeneuve non si sottomette al peso dello stile di Scott ma racconta una storia a seguire con tempi e soluzioni estetiche personali (soprattutto i tempi del film) che al massimo sono “invenzioni di Scott” digerite e riproposte.

Abbiamo un nuovo cacciatore, Agente K (K kafkiano?), che deve eliminare gli ultimi androidi generazione Nexus ribelli. Giunto nell’abitazione/impresa di coltura proteica (alleva bruchi per scopi alimentari) di Sapper Morton, K. lo elimina. Poi si imbatte in un albero (oggetto ormai unico) che, tra le radici, contiene del materiale osseo.

Seguitare a raccontare la trama dopo questo punto significherebbe spoilerare il film e quindi mi fermo. Fatto sta che avviene una scoperta così eclatante che sia il discendente di Tyrrell vuole entrarne in possesso come altrettanto il superiore di K, Joshi, ne vuole l’occultamento.

I pregi dicevo: il film è raffinatissimo e l’atmosfera noir di Scott viene rivisitata con un occhio alla pittura dell’ Hopper notturno e la scelta di realizzare esterni giornalieri, grigi e piovosi, in alternativa all’eterna notte dell’originale.

Ma anche se non soprattutto per questa qualità estetica il film mi ha dato la sensazione di un prodotto middlebrow; o, per essere più chiaro, di una puntata extra lusso di una serie. Perdenti, vincenti, smarriti e ritrovati (tra cui un faccia a faccia Goslyng/Ford piuttosto ridicolo), mettetela come volete, “corrono” (ma non sul filo della lama) per giungere al termine del film e farci intuire che ci sarà una prossima puntata (come suggerisce la scoperta finale).

Ormai non se ne scappa; per quanto alta possa essere la qualità il cinema deve fare concorrenza alle serie usando gli stessi strumenti. Per cui, Villeneuve o meno, alla fine, e pur con tante belle trovate e nonostante un andamento soporifero della parte centrale, siamo davanti ad un megatelefilm.

Non c’è niente da fare; ci si deve rassegnare a una tv su grande schermo? Servono sequel come questi? Probabilmente Scott si sta adattando alle nuove richieste del pubblico, avvezzo a starsene rintanato a casa a vedersi Netflix o Sky o a scaricarsi pellicole del giorno prima; e per richiamare gente in sala assolda un talento indiscusso come Villeneuve, affinchè anche chi crede che il cinema sia una dimensione diversa dalla tv e dalla serialità possa trarne un qualche beneficio.

BLADE RUNNER 2049
(id. 2017, U.S.A.)
regia: Denis Villeneuve
con: Ryan Goslyng, Harrison Ford, Ana De Armas, Sylvia Hoeks, Jared Leto, Robin Wright

Giovanni Natoli

MOVIEGOER, APPUNTI DI UNO SPETTATORE CINEMATOGRAFICO. DI GIOVANNI NATOLI

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