COMMENTA QUESTO FATTO
 
 photo.png

Finito anche questo carnevale del 2008.
Salutiamo serenamente: il rapper nero che vola come un angelo al posto della tradizionale colombina, disordini con transenne divelte nella disco-festa mal organizzata con il servizio d’ordine che si eclissa e feste “private” gestite con il benestare del Comune senza i dovuti permessi, con gli addetti all’entrata che si infilano i soldi nei calzini.
Ma sarebbe ingiusto guardare sempre il bicchiere mezzo vuoto. 

Alcuni buoni elementi su cui lavorare nel futuro ci sono.

Una miglior correlazione con le tradizioni storiche e culturali della città  va ricercata, l’ha confermato anche l’organizzatore, Marco Balich.
L’idea “Sensation” ha un buon fascino mediatico, e la scoperta dei sensi attraverso i Sestieri ha una buona valenza di originalità .
Il “Percorso al buio” è stato uno degli eventi più apprezzati.
E, di fondo, la voglia, il bisogno della gente di stare allegra, di festeggiare.
Vanno sempre benissimo le sfilate delle “Marie”, la premiazione della miglior maschera, le attrazioni circensi, le musiche, i balli. 

Uno dei titoli della Nuova Venezia di stamani, mercoledì, recita: “Quanto rumore, meno male che è finita”, la didascalia: “da Castello a Santa Margherita coro di proteste dei residenti”.
Ricordo i carnevali di 25 anni fa, cui ebbi la fortuna di partecipare come musicista: oltre 60.000 persone che ballano festanti in Piazza San marco, ma critiche per l’uso biasimevole del luogo e per i cocci della mattina seguente.
L’equazione è la stessa: consensi dei partecipanti, critiche di chi sta fuori. 

Da allora poco è cambiato, e continuano a convivere appaiate le due esigenze: “a Venezia no i fà  mai niente” - “come ti fà  qualcosa a Venezia i te sega”.
La cittadinanza, la cui età  d’altronde inevitabilmente si alza, chiede anche tranquillità  e combatte la sua battaglia come può.
Quest’inverno, dopo che qualche residente ha fatto intervenire i vigili per far cessare l’esibizione di un trio jazz (con strumenti acustici, non amplificati) subito dopo le 21, organizzato da un locale che notoriamente non chiude mai oltre mezzanotte, nella saracinesca chiusa di un negozio in Via Garibaldi è apparsa la scritta: “Venezia non è San Camillo!”
.

Noi restiamo convinti comunque che, per esempio, se a Santa Margherita gli abitanti non fossero tormentati tutto il resto dell’anno, tollererebbero meglio la manciata di giorni del carnevale. 
Riteniamo inoltre che possa avere ragione il sindaco, Massimo Cacciari, quando afferma: “il nostro accanimento terapeutico può dare fastidio a qualcuno cui andrebbe meglio se la città  morisse”.
Senz’altro vero è che quando si lavora, si organizza, ci si espone sempre ad analisi e critiche, è inevitabile.
Riteniamo possa avere ragione quando conferma l’abitudine all’ “inesauribile piagnisteo” di chi cerca sempre quello che non va. 
Riteniamo possa invece avere torto quando dichiara: “il carnevale è stato un successo, gli alberghi erano pieni e i ristoranti hanno lavorato”.
Pur comprendendo che questi due “markers” debbano essere tenuti in considerazione da chi si occupa anche dei risvolti del turismo, i profitti di alberghi e ristoranti non possono essere indici del successo, dell’apprezzamento per una manifestazione, ma loro conseguenza, semmai.


Paolo Pradolin

Riproduzione Riservata.

 

Lascia un commento alla notizia che hai appena letto (nessuna registrazione necessaria)

Please enter your comment!
Please enter your name here