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E’ tempo d’attesa, evidentemente.
Attendere, aspettare qualcuno o qualcosa che ci dica che ne è valsa la pena, anche se in fondo risulta piacevole quel periodo fatto di cose dette e non dette che il Natale sublima e che introietta sulla scia dei nostri bisogni.

Sarà il profumo della nebbia che ripara dalla luce, saranno i guanti di lana caldi e morbidi a confortare l’attesa, sarà quel tremore indomito che richiama alla vita stessa a dirci perché queste giornate propiziatorie scorrano così libere e scaramantiche sui nostri desideri.

I momenti dell’attesa sono più densi di quelli della realtà e pensare ad un dono è anche meglio che riceverlo. Un po’ come l’idea d’amare prima del “provare” amore.
In queste giornate si aprono porte importanti e non solo quelle sacre e attinenti alla fede, si spalancano debolezze, vulnerabilità, ci si vede come siamo e come possiamo, una volta compreso che l’appartenenza a questo Natale, ci riguarda.
E questa percezione accompagna i pensieri e i gesti di queste giornate, scansa la confusione e le convenzioni, si apparta nell’angolo più remoto della mente.

E attende.

Andreina Corso
13/12/2015

Riproduzione Riservata.

 

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