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Arpad Weisz, il più grande allenatore di calcio, dimenticato. Di Mattia Cagalli

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Arpad Weisz

Il calciomercato è ufficialmente cominciato e anche le fantabubbole sui nomi ricercati dalle squadre. Sebastian Giovinco al Bologna e Emmanuel Adebayor al Torino, sono solo gli ultimi esempi. Se queste voci circolano, probabilmente qualcosa di vero ci sarà. Le società cercano di sistemare gli errori commessi in estate e se ci riusciranno, lo dirà solamente il prosieguo della stagione.

Molto spesso ciò che fa di una squadra una grande squadra è il gruppo. L’armonia e la fiducia dell’insieme è superiore alla forza del singolo? Tranne rare eccezioni (Maradona, Messi o Ronaldo). Quindi cosa fa di una squadra un gruppo unito? Sicuramente l’artefice principale è l’allenatore, è lui che riesce a vedere un potenziale grande giocatore e a infondere fiducia nello stesso. Facendolo addirittura rendere più di quello che vale davvero molto spesso. Gli esempi di questo tipo di mister sono molti, Osvaldo Bagnoli forse è quello che ha incarnato nel modo migliore questa figura. Con una squadra di buoni giocatori, riuscì in una impresa incredibile come il primo ed unico scudetto dell’Hellas Verona. Portò anche il Genoa in Europa per la sua ultima volta nella storia.

Eppure non è l’unico, uno ha realizzato imprese più grandi, eppure per quasi settant’anni è rimasto nell’anonimato. Se il suo nome è riemerso dal dimenticatoio, lo si deve solamente al lavoro e alla perseveranza del giornalista bolognese Matteo Marani.

Con la sua ricerca ha fatto nuovamente conoscere l’allenatore, vincitore di uno scudetto con l’Inter e due con il Bologna. Il suo nome era Arpad Weisz, era nato in Ungheria e morì ad Auschwitz.

Nato nel 1896 a Solt è stato da prima un ottimo giocatore, ala sinistra del Torekves e dell’Ungheria olimpica del 1924. Arriva in Italia e dopo la prima esperienza nel Padova passa all’Internazionale. Comincia bene ma si infortuna e si prende un anno di ‘studio’ in Uruguay. Il paese migliore dove imparare il calcio dell’epoca.

Tornato in Italia diventa allenatore proprio dell’Inter (all’epoca Ambrosiana). Una squadra forte, poteva vantarsi del centravanti Fulvio Bernardini e soprattutto della scoperta ed esordio di Giuseppe Meazza. Un giocatore che non ha bisogno di presentazioni.

A 34 anni, nella stagione 1929/30 vince alla prima esperienza il suo primo scudetto. Questo non basta, non si limita ad insegnare e spiegare calcio sul campo, lo fa anche con un libro. Pubblica infatti il Manuale del giuoco del Calcio.

Lascia l’Internazionale e passa al Bari, qui salva la squadra allo spareggio con il Bologna; la sua prossima squadra. Si trasferisce nella città con la famiglia e qui nasce ‘lo squadrone che il mondo tremare fa’. Recupera quello che è ricordato come uno dei più grandi centravanti della storia rossoblu: Angelo Schiavio. Anche in questo caso, alla prima stagione conquista il campionato e lo farà anche la stagione successiva.

La grande impresa è però, la lezione di calcio inflitta ai maestri inglesi del Chelsea. A Parigi nel 1937 si tiene l’antesiniana della Coppa dei Campioni. In finale un 4 a 1 senza storia. Questo è l’ultimo capitolo italiano del più grande allenatore europeo dell’epoca. Poi la dittatura fascista promulga le leggi razziali e la famiglia Weisz è costretta a fuggire.

Arpad Weisz trova patria a Parigi ma di lavoro nessuna speranza. La ricerca del sostentamento per sé, la moglie e i due figli lo convincono ad accettare l’offerta del Dordrecht. Olandesi di serie A, una manica di studenti che allena in tuta; correndo con loro sul campo come nessun altro allenatore aveva mai fatto prima.

In tre anni, salva prima la squadra e nei due anni successivi arriva quinto. E’ il massimo risultato della storia del club. Nel 1942 però i fatti si susseguono in modo vertiginoso e drammatico: la Germania invase i Paesi Bassi e Weisz è braccato; questa volta per sempre. Costretto a salire su un treno diretto ad Auschwitz, separato dalla sua famiglia, chiude così la sua incredibile vita.

Come si è potuta riscoprire la sua vicenda, si deve alle bellissime ricerche effettuate del libro di Matteo Marani. Ne vale veramente la pena.

Mattia Cagali

[03/01/2015]

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