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L’Argentina ha perso ancora, dopo la Coppa del Mondo è il turno della Coppa America.

Nuovamente in finale e ancora una volta al momento decisivo i campioni hanno smesso di esserlo, anzi hanno proprio fornito prestazioni imbarazzanti.

Higuain, Aguero e soprattutto Messi, si sono dimenticati del loro talento. Ovviamente anche in questa occasione si sono sprecati i paragoni tra Messi e Maradona, raffronti che non è più il caso di fare.

Il campione del Barcellona non si discute assolutamente sul piano tecnico, diverso è l’aspetto mentale e caratteriale. Messi non è in grado di caricarsi sulle spalle la nazionale, non è un vero leader, un trascinatore.

Nel Barcellona lui gioca per la squadra e la squadra gioca per lui, è circondato da un sistema che lo coccola e difende. Il “mondo” Barcellona è perfetto, un sistema che si muove con i meccanismi di un orologio e chi vi è nato all’interno difficilmente sopravvive all’esterno.

Paradossalmente per crescere il numero 10 argentino avrebbe dovuto lasciare i catalani e provare una esperienza altrove.

La verità è però che, i giocatori di Argentina e Brasile non hanno più la “fame” di vittorie. Le nuove generazioni come sostiene anche Claudio Borghi (ex giocatore di Milan e River Plate, CT del Cile dal 2011 al 2012), vivono nell’agiatezza europea e anche quando giocano in Sud America godono di lauti stipendi. I sudamericani si sono europeizzati e cercano di imitarne il gioco, perdendo la loro fantasia.

Hanno vinto quindi i cileni nella loro terra, hanno vinto quelli che lo volevano più di tutti; nonostante le intemperanze di Arturo Vidal che sul campo mette comunque sempre l’anima.

Sono lontani i tempi dello straniero esotico per far sognare i tifosi; quando i Presidenti pescavano in Sud America alla ricerca del Maradona, dello Zico e del Falcao sconosciuti. Come fece ad esempio la Pistoiese nell’estate del suo primo anno di Serie A. Una vicenda tragicomica che diede spunto al film cult di Lino Banfi “L’allenatore nel pallone”.

L’allora allenatore in seconda Giuseppe Malavasi, sbarcò in Brasile con l’intenzione di ingaggiare Palinho, attaccante del Palmeiras. Tra i vari match visionati vi fu quello tra Ponte Preta e Comercial, qui rimase folgorato dal talento cristallino di Luis Silvio Danuello. Realizzò la doppietta con cui il Ponte Preta si impose sugli avversari.

Grazie alla mediazione del manager Juan Figer, la Pistoiese si assicurò le prestazioni di Danuello per 170 milioni di lire e per 7 anni di contratto.

La squadra neo promossa aveva la sua punta di diamante che avrebbe assicurato i goals necessari ad una salvezza tranquilla; i tifosi erano in estasi. Le prime perplessità arrivarono quando, intervistati gli altri giocatori brasiliani arrivati nel calcio italiano, nessuno ne aveva sentito parlare.

Arrivò il giorno dell’esordio e poi le successive sei partite: un disastro totale. La tecnica c’era ma un abbaglio tattico aveva colpito i dirigenti toscani: il brasiliano non era un attaccante ma un’ala e incomprensioni linguistiche (ponta in portoghese è ala), avevano ingannato Malavasi.

Danuello finì prima in panchina, poi in tribuna fino a tornarsene in Brasile senza il permesso della società. Le leggende che si tramandano, vogliono che il povero Malavasi fosse vittima di un incredibile raggiro, il manager Juan Figer, ferce organizzare la fittizia amichevole tra Ponte Preta e Commercial in modo di far apparire Danuello come un fenomeno.

Una volta tornato in Brasile si accasò al Sao Josè, diventandone uno dei simboli. Nonostante questo per anni si sono susseguite voci incontrollate che volevano il giocatore prima pizzaiolo, poi gestore di un baracchino di patatine proprio fuori dallo stadio di Pistoia.

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