American Sniper, la fine delle complessità. Di Giovanni Natoli

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American Sniper limpidezza di Eastwood

I biopic impazzano al cinema; vien voglia di capire perché nel terzo millennio sia tornato così in auge un genere che ha sempre percorso il cinema ma mai come in questo terzo millennio.
Il biopic è un genere pericoloso; rischi di mistificazione combattono contro chi chiede un’anodina, anticinematografica mìse en scène per rispetto dei fatti; rischio di guardare le vite dal buco della serratura alla ricerca dei vizi segreti con la morbosità delle “biografie non autorizzate”. Rischio di mancanza di storie da raccontare, il fascino divistico di “superuomini” illuminati dallo schermo a beneficio di noi spettatori dalle vite “comuni”…

Curioso che questo ultimo lavoro di Clint Eastwood (autore dell’eccelso “Bird”) si affianchi nelle sale ai biopic su Alan Turing e Stephen Hawking. Da una parte due menti geniali che hanno scritto in anticipo la storia dei nostri tempi, dall’altra un cowboy texano il cui merito stava ne nel non sbagliare mai un tiro ed espletava il suo lavoro di cecchino sostenuto da poche ma salde idee, le solite. Dio, patria e famiglia.

Tre principi che nel Novecento han subito degli scossoni irreversibili, anche grazie a Turing e Hawking. Quindi che effetto vedere i cartelloni di questi tre film messi l’uno a fianco dell’altro! La profondità contro la semplificaione! Come somigliano ai nostri tempi questi manifesti. La storia, specie nei momenti di crisi, procede per contraddizioni.

Quindi Chris Kyle può essere un personaggio emblematico, il “diavolo di ramadi” è un papabile paradigma dei nostri tempi.
Kyle credeva a poche cose, probabilmente fasulle ma in maniera radicale. Credeva di essere investito della missione di cane pastore predisposto a difendere le pecore (che forse disprezzava) dai lupi cattivi. Nel film c’è un breve excursus sull’infanzia di Kyle, che difende il fratello debole da un’aggressore e riceve questa semplice favola dal padre, uguale a lui in tutti i sensi.

Credeva, come molti al mondo, nella necessità dell’uso delle armi per esportare la democrazia. Provate a contraddire chi la pensa come lui; vi sbatterebbero in faccia il fatto che stare in guerra non è come stare in salotto a cianciare di pace, ricordando pure che anche Gandhi si incazzava contro chi non amava la sua patria. Solo che Gandhi non ha mai sparato un colpo in vita sua per liberare l’India dagli inglesi.

In un’intervista riportata su “il mucchio selvaggio” Kyle, che durante la missione in Iraq portava con sé la Bibbia rubata da ragazzo dai banchi della chiesa, ricordava che gli Ebrei avevano guerreggiato e sparso sangue per liberarsi dalla schiavitù e che se lo facevano loro allora Dio lo vuole, per il prezzo della libertà. Mi corre alla mente la scena di “Arancia meccanica” in cui Alex legge la Bibbia nella biblioteca del carcere per sembrare pio e pronto per la cura “Ludovico”. Il nuovo testamento lo annoiava con tutte le sue prediche mentre il vecchio lo sollazzava con le storie di guerre, omicidi, stupri. Per molti americani la Bibbia è solo il vecchio Testamento e in una scena del film si invoca la legge del taglione.

Piaccia o meno Kyle è uno che ha fatto il “lavoro sporco” per altri; solo che lui lo credeva pulito. Aveva scelto di essere una perfetta macchina da guerra, superando il terribile addestramento dei Navy Seals. Pensiamo a Kubrick e al suo “Full metal jacket” e pensiamo alla scene del percorso di addestramento in …

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