L'assassino di Gianpaolo Granzo doveva fare 18 anni. Oggi è già fuori

In questo articolo analizzeremo la delicata posizione del testimone all’interno del processo del lavoro e come tale problematica stia evolvendo alla luce della crescente precarizzazione della forza-lavoro.

Nel rito speciale del lavoro, come più in generale nel processo civile, è ammessa la prova per testimoni. I testi, ovviamente, devono riferire specifici fatti oggetto della causa e non limitarsi a generiche osservazioni o opinioni personali.

Esempi di prova testimoniale:
Sarebbe sicuramente ammissibile un capitolo di prova così formulato:
“E’ vero che il lavoratore Tizio il giorno 2 luglio 2017 si presentava sul posto di lavoro con almeno due ore di ritardo e visibilmente ubriaco”,
mentre non sarebbe ammissibile un capitolo di prova articolato nel seguente modo:
“E’ vero che il lavoratore Tizio è molto simpatico e gioviale anche se il datore di lavoro non ha mai apprezzato questi suoi lati”.

Di conseguenza, il testimone deve essere sentito con riferimento a specifici fatti di cui è conoscenza.

Nel caso del rapporto lavorativo chi è in genere a conoscenza dei fatti di causa? Normalmente sono gli altri colleghi.

I colleghi possono essere sentiti come testimoni?
Sicuramente sì. Infatti, l’art. 246 c.p.c., rubricato «Incapacità a testimoniare», statuisce che «Non possono essere assunte come testimoni le persone aventi nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio». Tale norma è sempre stata intesa nel senso che non rileva un interesse di mero fatto come potrebbe verificarsi nel caso di un collega. Di conseguenza, il collega di lavoro può assumere l’ufficio di testimone a tutti gli effetti.

Qual è il grande dilemma del collega testimone?
Il collega, quando viene sentito come testimone e deve riportare fatti astrattamente favorevoli al lavoratore, si trova spesso tra l’incudine e il martello.

Diritto del Lavoro, a cura dell’Avv. Gianluca Teat

Da un lato vi è l’incudine del reato di falsa testimonianza di cui all’art. 372 c.p. qui di seguito riportato:
«Chiunque, deponendo come testimone innanzi all’Autorità giudiziaria o alla Corte penale internazionale, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato, è punito con la reclusione da due a sei anni.»

Dall’altro c’è il martello del datore di lavoro, il quale non vedrà di certo di buon occhio una deposizione contro i propri interessi, specialmente se la causa ha un notevole valore. Non dimentichiamo che tale soggetto ha anche la possibilità materiale di rendere successivamente «la vita molto difficile» sul posto di lavoro.

Indubbiamente alle volte la situazione è più sfumata e il lavoratore può sempre trincerarsi dietro risposte evasive quali «non ricordo bene questo fatto siccome è accaduto molti anni fa, non sono sicuro ecc». In altre ipotesi si tratta di eventi che per le modalità di svolgimento (luogo e tempo del fatto) sono indimostrabili altrimenti e diventa, di conseguenza, difficile provare un eventuale reato di falsa testimonianza.

Tuttavia, in certi casi si possono verificare delle vere e proprie situazioni che non esiterei a definire «fantozziane». Infatti, da un lato, il giudice rammenta al teste il giuramento appena effettuato con tono ammonitorio, mentre lo sguardo obliquo dell’amministratore delegato, spesso presente in udienza per le cause realmente importanti, ricorda al proprio dipendente che riveste l’ufficio di testimone a quali «rappresaglie» andrà in contro se deporrà contro l’Azienda. Il crollo a terra del teste-lavoratore che trascina con sé «fantozzianamente» durante la caduta anche qualche fascicolo collocato sulla scrivania del giudice è un eventualità tutt’altro che remota in ipotesi di questo tipo.

Non è un caso che moltissimi dipendenti, un tempo «amici» e «compagni di merende», «si dileguino» non appena un collega ha bisogno di una loro testimonianza (vera e oggettiva e non falsa!) contro il datore di lavoro. Il «ricatto della pagnotta» è di fatto un deterrente superiore alle Grida del Codice Penale, specialmente in un mondo in cui trovare un altro lavoro può essere paragonato a una Fatica di Ercole. Infatti, anche qualora la Procura avviasse un procedimento per il reato di falsa testimonianza contro il collega, tale soggetto, se incensurato, potrebbe «cavarsela» con pochi mesi di reclusione sospesi condizionalmente grazie a un patteggiamento. Inoltre, tale atto di indiscussa fedeltà (un falso nell’interesse dell’Azienda!) sarebbe sicuramente valutato positivamente ai fini della progressione nella carriera aziendale. Il «Dott. Ing. Gran Farabut, Figl de Put, Lup Mann, Gran Vampir, Ladr di Gran Croc» di «fantozziana memoria» che si trova ormai quasi sempre ai vertici aziendali dei grandi complessi industriali-bancari mondiali (e della classe politica moderata che rappresenta tali interessi presso i governi e i parlamenti delle «liberal-democrazie» occidentali) ben rappresenta il vertice piramidale e ideale di tale tipo umano.

Tuttavia, va evidenziato che oggi il crescente precariato sta in qualche modo modificando questi schemi. Infatti, l’ex dipendente, precedentemente assunto con contratto a tempo determinato e che successivamente ha trovato un altro impiego presso una diversa impresa o che è disoccupato, non teme di certo le rappresaglie di un ex datore di lavoro di cui non ha più notizia da mesi/anni, ed è, di conseguenza, molto più disponibile a deporre contro tale soggetto.

Anche in questo aspetto si inizia a intravedere il progressivo cedimento del sistema socio-economico di tutto l’Occidente. Un tempo il capitale riusciva a «comprare» il consenso e la fedeltà della forza-lavoro, attraverso la creazione di posti di lavoro stabili, dignitosamente retribuiti e con la prospettiva di pensioni eque in un contesto tendente alla piena occupazione. Man mano che le vecchie generazioni di pensionati e dipendenti verranno sostituite da quelle nuove (caratterizzate da lavori precari e a livelli di mera sussistenza materiale del lavoratore in un contesto di disoccupazione/sottoccupazione dilagante e di pensioni «simboliche»), l’attuale mercato del lavoro e l’intera società, sempre «più liquidi», verranno progressivamente «giù» come un edificio di pietra che lentamente si liquefà. Avete mai visto un palazzo di acqua reggersi in piedi? Così la società che ci attende…

Avv. Gianluca Teat
(Autore del Breve manuale operativo in materia di licenziamenti, 2016, Key Editore
Coautore di Corte Costituzionale, Retribuzioni e Pensioni nella Crisi. La sentenza 30 aprile 2015, n. 70, 2015, Key Editore)

Potete contattarmi via e-mail all’indirizzo avv.gianluca.teat@gmail.com oppure attraverso il mio profilo Facebook Avv. Gianluca Teat o visitare il mio sito internet
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Gianluca Teat
Avvocato, esperto in diritto del lavoro, autore di libri. Laureato in Giurisprudenza con 110 e lode e in International Relations presso l’Università del Sussex (Regno Unito). Pubblica articoli su 'La Voce di Venezia' e cura il sito http://licenziamentodimissioni.it, è esperto autorevole su tutte le tematiche del Diritto del Lavoro.

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