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'Approfondimenti. Di Enzo Pedrocco'

Sono sempre più visibili le erbacce cresciute spontaneamente - con la complicità delle piogge, del sole e del vento - sulla cupola del cinquecentesco campanile della Chiesa della Madonna dell’Orto, considerata uno dei luoghi emblematici dell’architettura gotica veneziana.
Assolutamente da non perdere visitando Venezia – o da rivedere a sazietà abitandovi - la pregevole vera da pozzo in marmo rosso di Verona situata nel cortile della Ca’ d’Oro e realizzata nel 1427 da un appena ventenne scultore originario di Campione, Bartolomeo Bon.

Bartolomeo Bon è autore, assieme al padre Giovanni, di numerose altre pregevoli opere sparse un po’ in tutta la città – fra cui la stessa facciata della Ca’ d’Oro – che contribuirono non poco a portare a un livello di vera eccellenza lo stile gotico a Venezia.
Poco prima di concludere il suo mandato a Ca’ Farsetti Massimo Cacciari, al termine di una riunione in cui si decise di stanziare dei fondi straordinari al fine di potenziare la campagna anti-ratti - in aggiunta a quelli ordinari già stanziati in precedenza - con la franchezza che gli è propria affermò che, se la situazione relativa alla diffusa presenza di topi a Venezia stava diventando sempre più numerosa e preoccupante, era anche a causa dell'inciviltà di non pochi veneziani soliti ad abbandonare per strada i sacchetti della spazzatura approfittando del buio della notte, anziché attendere il ritiro di essi, al mattino, da parte degli addetti alla nettezza urbana.

Lo stato di deperimento, incuria e abbandono in cui versa da tempo la riva situata davanti al Palazzo della Regione e prospiciente il Canal Grande.
Suppongo che a molti - soprattutto se adusi, come me, a spostarsi in lungo e in largo per Venezia nel corso della giornata - non sia affatto sfuggita una curiosa, inaspettata e sorprendente presenza.
L’anomalo intensificarsi dell’acqua alta di questi ultimi anni, con livelli per lo più tali da sommergere pressoché del tutto Venezia, sta causando, accanto a un aumento dei problemi e delle difficoltà connessi da sempre con l’acqua alta, un fenomeno antiestetico e non scevro da pericoli che, prima dell’intensificarsi di quest’ultima, era limitato alle fondamenta delle zone più basse della città.
Una smodata ed entusiastica ammirazione per fotografi quali R. Doisneau, A. Kertesz, H. C. Bresson e altri cosiddetti maestri dello scatto rubato, nonché il mio immodesto e presuntuoso desiderio di imitarne lo stile, dettato esclusivamente dalla mia giovanile sprovvedutezza, sono all’origine di questa mia vecchia fotografia casualmente ritrovata in questi giorni, riordinando il mio archivio, e scattata, se la memoria non mi inganna, negli anni ’60 del secolo scorso.
I turisti, da me fotografati a loro insaputa, non se ne abbiano a male e dimostrino coerentemente anche di fronte al fatto di essere stati immortalati in atteggiamenti riprovevoli e poco simpatici, di cui potersi vergognare.
[08/12]

Lido di Venezia, 11 giugno 1993.

Un vecchio manifesto pubblicitario degli slip “Roberta, mela verde” indossati da una testimonial facilmente riconoscibile oggigiorno, ma che nel 1993 era ancora, per così dire, una perfetta sconosciuta.
[02/12] Ricordo con nostalgia il tempo in cui il viaggio alle isole dell’Estuario, soprattutto se la giornata era bella, valeva da solo un’escursione a esse, nonostante le avessimo visitate un’infinità di volte e le conoscessimo un po’ come le nostre tasche.
[29/11] Un fenomeno a cui un po’ tutte le città italiane, si può dire, abbiano ormai fatto da tempo l’abitudine è senz’altro quello degli allegri e colorati cortei con cui gli Hare Krishna sono soliti invaderle periodicamente fin dalla loro prima comparsa in Italia, risalente, anno più anno meno, a una quarantina di anni or sono.

A giudicare dai commenti della gente che si odono spesso dopo i loro cortei, viene il sospetto tuttavia che sugli Hare Krishna, a dispetto della loro ormai pluridecennale presenza nel nostro Paese, si sappia in genere poco o niente all’infuori dell’originale e accattivante modo di porgersi, con l’immancabile distribuzione di dolcetti, che è per lo più all’origine dell’accoglienza entusiastica e curiosa a essi solitamente riservata.
[26/11] In un suo famoso saggio sulla vecchiaia scritto nel 1970, “La terza età”(titolo originale: “La vieillesse”), con la verve letteraria che le era consueta – non disgiunta per l’occasione da un rigore scientifico alquanto insolito fra i letterati - Simone de Beauvoir mise eloquentemente in luce la scandalosa condizione di estrema solitudine e abbandono in cui viveva un’elevata percentuale di vecchi soprattutto nelle grandi città, non potendo esimersi a un certo punto della sua analisi dal chiedersi e chiedere, sia pure provocatoriamente, se essi fossero o meno da considerare degli esseri umani, visto che, dal modo in cui venivano trattati nella società, era più che lecito dubitarne.
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