'Loro', film dai momenti pregevoli da un autore con la mano ferma

A prima vista sembra molto complesso parlare ed esprimere un giudizio sufficientemente equo riguardo il film “Loro” di Sorrentino, dedicato alla figura del cavaliere Silvio.

E’ una falsa prospettiva, forse; il film sembra complesso ma forse è solo complicato. Un “problema” di cui il regista sembra essere cosciente. Diviso in due parti uscite in differenti date nelle sale, secondo motivazioni che sfuggono se non in un’ottica da botteghino; secondo una definizione di un critico si tratta de “La più lunga pausa pipì della storia del cinema italiano”.

Il film (d’ora in poi parlerò come di un film unico, cosa che infatti è) si sofferma sul cosiddetto periodo “bunga bunga” del Divo Silvio. Divo e non a sproposito; poiché questo “Loro” può essere confrontato e avvicinato al film “su” Giulio Andreotti che fece esplodere il regista presso un vastissimo pubblico. Comunque cito un personaggio del film che è una figura chiave all’interno della storia: il protettore/uomo di fiducia/guardiano della privacy di Berlusconi, Paolo Spagnolo (Dario Cantarelli). Questi afferma che in realtà tutto è “semplice”. Capire Berlusconi dovrebbe essere semplice; eppure a tutt’oggi egli è croce e delizia di tanti analisti e nemici. Forse anche perché il Cavaliere non vuole tanto essere capito quanto amato od odiato.

Anche il film di Sorrentino soffre di questa difficoltà. Intendiamoci, il film ha momenti pregevoli e dimostra che l’autore ha mano più ferma quando non si danna per film formato esportazione. All’interno di questo “Loro” non son rare le situazioni in cui la sudditanza del regista per l’estetismo più facile e abbagliante si sposano con una riflessione pertinente nei confronti delle vicende che partono dal 2000 e arrivano sino al terremoto dell’Aquila.

Tra tutte il finale, davvero di forza eccezionale. Una metafora della forza del Cavaliere che come l’onda della risacca se ne va e poi torna. Son lampi di genio in una pellicola che alterna alti e bassi e a cui scappano di mano alcune figure importanti. Tra tutte quella di Veronica Lario (interpretata da Elena Sofia Ricci). Cos’è questa ex moglie di Berlusconi, ipercornificata, amante della cultura, smarrita tra un amore (che a molti appare inspiegabile ma l’amore è grazie a Dio inspiegabile) e la volontà di abbandonare il marito? La Veronica di Sorrentino non ha grande forza, sembra ora una parodia ora una sin troppo seria criptofemminista. E così ci si gioca una delle pedine fondamentali della storia.
O la prostituta “buona” (Alice Pagani, bellissima), che sembrava essere un punto cardine dello sviluppo e che viene giocata solo per permettere una battuta sulle dentiere; o lo stesso Mike Bongiorno (un Pagliai miscasted) che è il personaggio di apertura del bellissimo incipit dove un agnellino (quello di Silvio) stramazza durante la visione del Telemike.

Per non parlare di quella di “Dio”. Ma non posso dire altro, non si spoilera troppo.
Nella prima parte, piuttosto dinamica, con evidenti debiti verso l’ultimo Scorsese ma senza la stessa leggerezza, il film ha come ciceroni Sergio Morra (un ottimo Scamarcio) e Tamara (una puntuta Euridice Axen), figure fittizie modellate su personaggi reali (Morra è un mix di Tarantini e Lele Mora) che, grazie al loro arrivismo riescono a giungere alle soglie della villa di Berlusconi. Morra conosce Kira (Kasia Smutniak), la prediletta del “Sultano” (figura chiaramente ispirata a Sabina Began) e, cercando di ingraziarsela, vuole usarla come tramite per arrivare al cospetto del Cav.

Un’idea non nuova ma svolta in maniera decisamente articolata e accattivante questa del “Mastroianni” di turno che ci porta all’interno di un decennio corrotto e pagano (con tutto il rispetto per il paganesimo, che qua nella realtà si tratta di mezze calzette). Ma è con l’avvento di Berlusconi e l’inizio della seconda parte che il film si sfilaccia, lascia gente per strada e si appoggia su facili ironie (una su tutte la parodia della fiction su “Lady D).

Per contro un lampo geniale è lo sviluppo della figura di Mariano Apicella, ingenuo cantastorie miracolato dall’essere parte della corte (dei miracoli, alla fin fine) di Berlusconi e che invece è forse l’unico amico vero che il Cav ha.

Tanta carne al fuoco, un po’ di affanno, alcuni momenti memorabili (il doppio Servillo che fa sia Berlusconi che Ennio Doris) e altri che vorrebbero essere memorabili ma son solo recitati benissimo (Silvio che riprova a fare il piazzista) e però sanno di colpo di scena.

Sì, forse a ripensarci il film è diviso in due: un volume 1 dove Berlusconi non c’è e un volume 2 dove Berlusconi è in scena.

Poi, ripeto, momenti da mandare a memoria ce ne sono e siamo ben oltre le bufale di “Youth” anche a livello di studio della vecchiaia. Quindi il film va visto, anche come parziale fallimento nel tentativo di circoscrivere un uomo semplice ma sfuggente ai più.

E per giungere al finale, quello sì davvero straordinario.

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