5 per mille a chi dare

Scandalo Mose: Matteoli e Orsoni rinviati a giudizio

E’ una di quelle notizie che ti dà un pugno sullo stomaco lasciandoti un malessere che ti accompagna per tutto il giorno, almeno finché le futilità delle routine quotidiane non ti distraggono (per fortuna). Di pochi giorni fa la dichiarazione di un giudice che si è scusato per una sentenza di stupro arrivata dopo vent’anni con i reati già prescritti, ed ora arriva una storia peggiore (se possibile) che descrive lo stato di salute delle aule dei tribunali italiani. La brava giornalista del Corriere in edicola racconta la storia senza enfasi personale, ma lasciando trasparire un insopprimibile disagio che è il sentimento comune di chi crede nella Giustizia, nello Stato.

Lei si suicidò per gli abusi Condannato dopo 17 anni (ma è fuggito). di Giusi Fasano

In un mondo perfetto una storia così non sarebbe mai possibile. Ma siamo lontani dalla perfezione e siamo nel sistema giudiziario italiano, quindi in un mondo che perfetto non è. Eccola, la storia.

C’era una ragazzina di 17 anni — non importa come si chiamava — che un giorno di maggio del 2006 trovò più coraggio per uccidersi di quanto ne avesse per vivere. Buttò via se stessa dalla finestra dell’ottavo piano di un palazzo anonimo di Torino, dopo anni di tormenti per i sogni e l’amore rubato dal patrigno, un archeologo peruviano del quale sua madre era innamoratissima e che oggi ha 50 anni e vive chissà dove nel suo Paese.

Lui aveva abusato di lei per tre anni: dal 2000 al 2003, la prima volta lei aveva appena compiuto 11 anni. Una bambina. Tutto quello squallore diventò inchiesta nel 2005. Da allora ad oggi il sistema che avrebbe dovuto proteggere lei e condannare lui ha prodotto l’esatto contrario.

Lei, diventata bulimica e schiacciata dai sensi di colpa (soprattutto verso sua madre), si è uccisa. Lui, dopo una condanna in primo grado nel 2006, ha aspettato otto anni per l’appello. Troppi, secondo la Cassazione che il 27 novembre del 2015 dichiara prescritti i fatti «fino al 22 marzo del 2003» e chiede che un nuovo processo riveda il conteggio della pena.

Così la Corte d’Appello di Torino rifà i conti e la condanna, con sconto, viene fissata a tre anni e sei mesi confermati, due giorni fa, dalla Cassazione.

Peccato che nel frattempo l’archeologo peruviano — reo confesso dopo essersi presentato spontaneamente in procura — si sia stancato di aspettare la giustizia italiana.
E peccato, poi, che nessuno gli abbia ritirato il passaporto in attesa della sentenza definitiva.

Risultato: è tornato in Perù, e migliaia di chilometri di distanza non rendono certo facile l’esecuzione della condanna.

Molto più probabile che inchiesta, processo e pena restino parole scritte sulle carte bollate, nulla di più.

Pochi giorni fa proprio a Torino i magistrati … (l’articolo completo sul Corriere della Sera del 10/03/2017).

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