L'incontro con un senzafissadimora. Sottotitolo: questa è la vita reale

L’ho incontrato per caso. Lo vedo da lontano, ben infagottato dentro un grande cappotto grigio, sciarpa di lana rossa e berretto nero. E’ seduto su una panchina di Piazzale Cialdini, dove gli altri, quelli che senza casa non sono, aspettano l’autobus. Lo riconosco, facciamo che si chiama Pietro, così gli diamo un nome.
“Lo sai che hanno chiuso la mensa?”, mi dice prima di salutarmi e chissà perché, mi sorride, mostrandomi una bocca sdentata.

“L’hanno chiusa per dare una lezione a quelli là che urlano, che hanno sempre voglia di far baruffa e per punire loro, ci hanno punito tutti”. Lo so, lo so, gli dico, ho letto la notizia sui giornali e c’era scritto che Ca’ Letizia è chiusa fino a lunedì.

“Fa niente, lunedì fa presto ad arrivare, solo che oggi ho più freddo degli altri giorni e mi dispiace di non andare a mangiare lì”. Lo osservo bene: sembra uscito da un quadro di Van Gogh, solo che al posto del giallo dei campi di grano, c’è quel grigio azzurro odor terraferma, difeso appena dalle chiome seminude degli alberi gelati. Non posso fare a meno di fissarlo con insistenza e mi accorgo che i suoi occhi sono chiari sotto un velo spesso delle pupille si intuisce un azzurro uguale alla volta che dall’alto ci guarda.

“Vedi quelle rondini, vanno avanti e indietro in continuazione, guarda quante sono, vanno a destra, a sinistra, girano continuamente per il cielo, chissà se hanno fame, chissà cosa pensano. . . cosa dici?”
Non so cosa rispondere mentre penso che nonostante “tutto” sa rivolgere gli occhi al cielo; rompo l’imbarazzo e lo invito a bere un caffè al bar vicino. In un primo momento sembra dire di no, fa no e poi ancora no con la testa e poi si alza e mi fa segno di andare.

Mi accorgo che spunta un cagnolino nero, che stava accucciato sotto la panchina, Pietro gli dà un’occhiata e gli dice ‘dai, vieni con noi! ‘. Entriamo nel locale riscaldato e ci sediamo complici nell’angolo. Il cane mi si accuccia sui piedi . Due caffè abbondanti e bollenti, due croissant e poi un terzo per Orso, così si chiama il cane.
“Hai una sigaretta?”
“Non fumo, mi dispiace. . . poi andiamo in tabaccheria. Dove vai a mangiare oggi?”
“Vado a Marghera”.
“Li hai i biglietti per il tram?”
Mi guarda stupito e poi scoppia a ridere. In parte mi ha risposto.
“Guarda che dormo al caldo”, mi dice all’improvviso, come se volesse rassicurarmi, e quel punto capisco che sto trasmettendogli ansia e anche che ha percepito il mio senso di colpa.
“Scusa, ma dove abitavi prima. . .”
“Prima di diventare un senzatetto, un senzafissadimora? Senti che bella questa parola, dimora, sa di antico, ci immagino una stanza con delle belle lampade, un divano con i riccioli sul legno e i cuscini rosa, lo vedi anche tu? E magari i cioccolatini dentro un piatto dorato, sopra un tavolo di legno lucido tirato a cera. . .
Non ricordo, non so cosa facevo, forse il falegname, forse il contadino, perché sono quelli i mestieri che mi piacciono, ma là dentro, tutti quegli anni, ho dimenticato chi ero, cosa facevo, fuori”.
“Vuoi dire che sei stato in carcere?” La mia voce trema un po’ e spero non se ne accorga.
“Sì sono stato ‘dentro’ cinque anni”.
“A Venezia?”
“Sì e non vedevo l’ora di uscire di galera per trovare un lavoro, ricominciare a vivere, ma non ho trovato niente, appena dicevo che ero stato ‘al fresco’, anche chi sembrava sul punto di farmi lavorare, anche in nero, cambiava idea. E cosa vuoi che ti dica, come dargli torto? Anch’io una volta ero così, come quello là, capisci le cose solo quando ti succedono, davvero è così, non mi credi?”

Orso cambia posizione, mette il muso sotto i pantaloni, ha il naso freddo appoggiato alla mia caviglia destra. Dovrei dire qualcosa, ma le parole restano strette in gola. Chiamo il barista, chiedo altri due caffè bollenti e tre croissant alla marmellata, che dà buone calorie.
Pietro mette cinque cucchiaini di zucchero sulla sua tazza e mi sorride sornione.
“Scommetto che stai pensano che ti ho raccontato un sacco di bugie e che tra un minuto mi dici che devi andare a casa, perché certamente tu una casa ce l’hai, vero?”
E’ vero, stavo proprio per dirgli questo, ma gli chiedo di aspettare un momento. Esco senza cappotto e vado in tabaccheria. Ritorno al bar con il sacchetto delle sigarette. Lo appoggio sul tavolino e lo saluto con un mezzo abbraccio. Orso mi lecca le mani e io, sulla via del ritorno continuo ad essere quella sconosciuta che sono. Me lo dicono le rondini dall’alto con il loro finto viaggiare restando ferme e attirate da quello spicchio celeste e le scarpe solcano il grigiore delle strade che ha lo stesso colore del freddo affranto mio cuore.

(foto: Opera di Umberto Verdirosi)


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