Elezioni: tutti contro tutti: quale apparentamento dopo il terremoto? Cosa dicono i bookmaker

Il day after delle elezioni Politiche 2018 è un “tutto contro tutti”. Apre Salvini con “Con 5 Stelle mai, e poi non si cambia squadra in corsa…”. Prosegue Renzi con “Ha vinto l’antipolitica… Noi mai con gli estremisti…” e conclude Grillo con: “Peccato che Matteo se ne vada, con lui il Pd sarebbe andato al 10%…”.

D’altronde la tornata elettorale ha provocato un terremoto mai verificatosi prima nel panorama politico italiano, un terremoto che cambia radicalmente la geografia elettorale italiana. E ripristina sostanzialmente un nuovo bipolarismo, con il M5S egemone nel Sud e isole e la coalizione di centrodestra, trainata dal boom della Lega, padrona del Nord.

Va così in soffitta il tripolarismo uscito dalle politiche del 2013. Il polo che si ‘squaglia’ – è il responso del voto di domenica – è quello del centrosinistra, con il Pd che resiste solo in alcune ridotte dell’Italia centrale ed in quartieri delle metropoli Roma, Milano e Torino.

Le prime analisi dei flussi indicano che sono stati principalmente i pentastellati a ‘prosciugare’ i consensi dei dem. Mentre il Carroccio ha pescato soprattutto da Forza Italia.

E’ cambiato il sistema elettorale, dal Porcellum maggioritario del 2013 all’attuale Rosatellum, misto, con
conseguenti intoppi nelle operazioni di voto e negli scrutini (che a ventuno ore dalla chiusura delle urne non erano ancora completati). Ma pochi numeri bastano per capire la scossa data dalle urne: il Pd di Bersani aveva raccolto 5 anni fa 8,6 milioni di voti alla Camera (25,43%), secondo per un soffio dietro M5S (25,56%).

I Dem domenica hanno perso quindi ben 2,6 milioni di voti scendendo al 18%. Inversa la traiettoria dei Cinquestelle, che hanno raccolto i consensi di 10,6 milioni di italiani (32,6%), due milioni in più rispetto al 2013. Molto più alto il balzo dell’altra grande vincitrice del 4 marzo, la Lega, che ha quadruplicato i voti: da 1,3 milioni (4%) a 5,6 milioni (17,4%).

Il Carroccio è così diventato il terzo partito italiano, superando per la prima volta il tradizionale alleato Fi, rimasto fermo al 14% (4,5 milioni di voti contro i 7,3 milioni incassati dal Pdl nel 2013): una perdita di quasi tre milioni di consensi.

A livello di coalizioni, esce così vincente quella di centrodestra (37%), con gli alleati Fdi e Noi con l’Italia insieme a Lega e Fi. Il centro sinistra si ferma al 22,8%, con i ‘cespugli’ +Europa, Insieme, Civica Popolare e Svp
aggregati al Pd.

L’analisi territoriale del voto, offre dunque un’Italia spaccata in due: M5S domina quasi incontrastato al Sud, il centrodestra al Nord. Più variegato il Centro. Alla Camera, solo i seggi di Gioia Tauro e Vibo Valentia, in Calabria e di Agropoli, in Campania, vanno al centrodestra impedendo l’en plein pentastellato in tutti i collegi uninominali del Meridione. Mentre al Senato solo Reggio Calabria (centrodestra) sfugge ai grillini.

In Sicilia (28 a 0 nell’uninominale), Sardegna (9 a 0), Calabria, Basilicata, Puglia, Campania e Molise il partito di Di Maio supera nettamente il 40%. Sfiora il 40% in Abruzzo ed è al 35% nelle Marche. Salendo a Nord è il centrodestra a dominare con l’accoppiata Lega-Fi. Fa eccezione l’Alto Adige, tradizionalmente in mano a Svp che ha sostenuto la candidata vincente del Pd Maria Elena Boschi, mentre in Trentino tutti i collegi uninominali sono andati al centrodestra.

Sorprendono tuttavia i risultati del partito di Matteo Salvini al Sud ed al Centro: è al 10% in Sardegna, al 6% in Puglia e Basilicata, all’8,6% in Molise, al 13,8% in Abruzzo, al 17% nelle Marche, al 20% in Umbria, al 17% in Toscana.

Per il Pd è notte fonda. Riesce ad essere ancora primo partito solo in Toscana (29,6%), mentre perde di poco in Emilia Romagna (26,3% contro i 27,5 del M5S). C’è poi ‘l’anomalia’ delle metropoli con la coalizione di centrosinistra che la spunta in alcuni collegi a Roma, Milano e Torino.

Nell’uninominale di Roma 1 il premier Paolo Gentiloni riporta una netta vittoria con il 42% dei voti distanziando di ben 12 punti percentuali il candidato di centrodestra.

Troppo presto per tentare un’analisi dei flussi elettorali, ma le prima valutazioni di Swg e Istituto Cattaneo indicano un consistente travaso di voti dal Pd al M5S. In particolare, evidenzia Swg, i Dem dimezzano i voti rispetto alle europee del 2014 (40,8% contro 18,7%); il 15% di chi ha votato Pd nel 2014 ieri non ha votato, mentre il 34% ha cambiato partito ed il 16,8% ha messo la croce su M5S.

Consensi in fuga anche per Fi: dal 21,6% delle precedenti politiche (2013, quando si presentò come Pdl) è passata al 14%. Anche in questo caso il 15% non è andato alle urne, mentre il 37% ha cambiato partito scegliendo Lega nel 22% dei casi e M5s nel 7%.

Il balzo del Movimento grillino è avvenuto, secondo Swg, recuperando chi non aveva votato alle precedenti politiche (19,5%) e chi aveva votato altro (22,8%). Anche l’altra grande vincitrice, la Lega, ha pescato tra chi aveva disertato le urne (29,5%) e, soprattutto, tra chi aveva votato altro (51,8%); in particolare ci sono stati travasi dal Pdl (25,5%).

Oggi invece la domanda è: chi riuscirà a governare? Ed ora deve cominciare la fase delle trattative.

Il primo passaggio della legislatura, l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, potrebbe prefigurare la formazione della maggioranza necessaria a formare un governo e a far decollare la legislatura. Un passaggio che si
verificherà il 23 marzo, giorno della prima seduta delle Camere.

Le presidenze delle due Assemblee parlamentari non sono però necessariamente legate alla nascita del governo. Nella Prima Repubblica, dal 1976 in poi la maggioranza di governo del centrosinistra affidò la presidenza della Camera al Pci, in modo da coinvolgerlo nella gestione delle Istituzioni. Dalla Seconda Repubblica, con il maggioritario, si è tornati a far coincidere la maggioranza di governo con quella che sceglie le due presidenze. E nel 2013 Bersani con le candidature di Pietro Grasso e Laura Boldrini tentò di aprire un dialogo con M5s.

In questa legislatura ancora non è chiaro quali possono essere le possibili maggioranze di governo, né se sulla scelta dei due presidenti possa nascerne una o se si punti a delle presidenze di garanzia, come ha affermato Danilo Toninelli di M5s, né cosa si intenda con tale formula: essa infatti potrebbe alludere all’affidamento all’opposizione di una delle due presidenze (come era per il Pci nella Prima Repubblica), ma potrebbe essere un escamotage per favorire un governo di minoranza: in tal caso una delle presidenze (il Senato che è la Seconda carica dello Stato) viene affidata al partito che permette la nascita del governo non votando contro la fiducia.

Su uno degli scenari possibili, un governo M5s-Pd-Leu, Matteo Renzi ha chiuso mentre Leu ha aperto. Tra i pentastellati si punta sulla possibilità che i Dem non seguano il loro segretario e facciano da junior partner a M5s al governo. In tal caso la presidenza del Senato potrebbe andare ad un esponente del Pd mentre quella della Camera a M5s (per esempio Roberto Fico).

Se poi quella alleanza dovesse nascere sul nome di un premier diverso da quello di Di Maio, questi guiderebbe la Camera. I numeri dei Dem non sarebbero invece sufficienti a far nascere un governo M5s di minoranza se alla loro “non sfiducia” facesse da pendant il “no” di tutto il centrodestra. E quindi con questo schema non sarebbe plausibile un Dem sullo scranno che fu di Grasso.

Un altro scenario evocato nei Palazzi in queste ore e una maggioranza tra M5s nonché Lega e almeno una parte di Fi, Che Salvini traghetterebbe in questa avventura. Salvini non avrebbe interesse a far il junior partner di Di Maio, ma se il suo gruppo parlamentare fosse più ampio rispetto a quello della sola Lega, il rapporto con DI Maio sarebbe più equilibrato. Anche in tal caso la presidenza del Senato potrebbe andare all’alleato di M5s, o a un leghista (come un Roberto Calderoli) o a un forzista (Paolo Romani).

Questo schema sarebbe invece sufficiente numericamente a far nascere un esecutivo di minoranza dei pentastellati e anche in questo caso la presidenza del Senato andrebbe, in chiave di garanzia, a chi permette tale operazione.

I bookmaker inglesi scommettono su Salvini premier (è dato a 1.5 rispetto a 2.5 di Di Maio) ma nei Palazzi romani non si vede dove il centrodestra possa raggranellare i voti che gli mancano sia alla Camera che al Senato.

Mario N.


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